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Nel centenario della nascita ritratto di Federico Zeri, che ha donato alla Carrara le sue sculture

Un ricordo di Federico Zeri, grande studioso che ha donato le sue sculture all’Accademia Carrara. Nel 2021 ricorre il centenario della sua nascita.

“Sono nato a Roma, in via XXIV Maggio, il 12 agosto 1921, a pochi passi dal Quirinale e dalle statue dei Dioscuri”; sono queste le parole con cui si aprono le memorie di Federico Zeri (Confesso che ho sbagliato. Ricordi autobiografici; 1995), storico dell’arte di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita.

Personaggio eccentrico, caustico, istrionico, anticonformista, Zeri era figlio di un importante medico capitolino, ma si fregiava ‒ secondo la sua proverbiale verve beffardo-romanesca ‒ di origini siriane che lo avrebbero imparentato con personaggi della Roma imperiale quali Eliogabalo, Giulia Domna, Alessandro Severo; la Roma antica rappresentò il grande amore della vita e degli studi di Zeri, una passione consolidata nel dopoguerra con l’attività di guida ai soldati anglosassoni presso il Colosseo, il Foro Romano e i resti archeologici dell’Urbe. È un fatto curioso che uno dei maggiori studiosi d’arte del XX secolo sia arrivato alla “sua” disciplina in un secondo momento: oltre all’archeologia, Zeri si dedicò inizialmente alla chimica organica e alla botanica, materia che influenzerà il suo metodo di conoscitore da una prospettiva originale e mai banale.

Laureatosi a Roma nel 1945 con Pietro Toesca sul pittore manierista Jacopino del Conte, Zeri venne presto a contatto con i due mostri sacri della storia dell’arte del Novecento: Bernard Berenson e Roberto Longhi. Conobbe il primo quando era già il guru ritirato nella sua corte neorinascimentale di Villa I Tatti a Settignano, ereditandone in un certo senso il metodo di studio; i rapporti con Longhi furono inizialmente fecondi, ma sfociarono in acredini insanabili che accompagneranno tutta la vita di Zeri, anche a un quarto di secolo dalla morte dello studioso di Alba.

Entrato nell’amministrazione pubblica delle Belle Arti, nel 1948 Zeri è nominato direttore della Galleria Spada: a questi anni risalgono i cataloghi dei dipinti del museo (1954) e della collezione Pallavicini (1959), spianandogli la strada a quello che diverrà, negli anni americani, uno dei suoi cavalli di battaglia (tra il 1971 e il 1986 redigerà i quattro volumi sulla pittura italiana al Metropolitan di New York, nel 1976 i due della Walters Art Gallery di Baltimora).

Uscito polemicamente dall’amministrazione italiana, Zeri intraprenderà la carriera di studioso indipendente, di consulente dei grandi mercanti e collezionisti: provò il concorso universitario ma non ottenne la cattedra, posizione che lo portò a giudizi al veleno sulle baronie del sistema accademico italiano. Il suo metodo di studio era basato su una memoria, visiva e non, fuori dal comune (“senza essere buoni conoscitori non si è nemmeno storici dell’arte”): sarà questa la caratteristica, insieme a una grande biblioteca privata e alla famosa, gigantesca, fototeca d’arte (quasi trecentomila pezzi, “la più grande al mondo della pittura italiana”, come vantava lo studioso), che gli permetterà di compiere un numero sterminato di attribuzioni, scoperte, ricomposizioni di polittici, di smascherare i falsi ‒ celebri gli episodi della “beffa di Livorno” legata a Modigliani o del Kouros Getty a Los Angeles ‒, di resuscitare la filologia e il contesto storico di autori delle aree minori del centro Italia, soprattutto tra Due e Quattrocento.

Il mondo americano fu il contesto privilegiato degli studi di Zeri, muovendosi fin dagli anni Cinquanta in musei e collezioni private statunitensi: frequentò il jetset hollywoodiano (su tutte Greta Garbo), fu il consulente di personaggi come Samuel H. Kress, J. Paul Getty, Robert Lehman, Georges Wildenstein e visiting professor nelle università di Harvard e Cambridge.

Stabilitosi nella villa di Mentana, alle porte di Roma, i suoi contatti professionali italiani più fecondi li ebbe con Alessandro Contini Bonacossi, Vittorio Cini, Amedeo Lia, Gianni Agnelli, Luigi Magnani.

Divenne celebre, nella parte finale della sua vita, attraverso le invettive lanciate a mezzo stampa ‒ su giornali come La Stampa e L’Europeo ‒ o in televisione (spesso vestito con palandrane stravaganti) contro la malagestione del patrimonio artistico italiano; fu, tra l’altro, vicepresidente del Consiglio superiori dei Beni Culturali dal 1994 al 1998. Tra i suoi libri, oltre ai volumi già menzionati, spiccano saggi come Pittura e Controriforma. L’arte senza tempo di Scipione da Gaeta (1957; una lettura storica della pittura del tardo Cinquecento), il “giallo” attribuzionistico de Due dipinti, la filologia e un nome. Il Maestro delle Tavole Barberini (1961), Dietro l’immagine. Conversazioni sull’arte di leggere l’arte (1987), i cinque tomi Giorno per giorno nella pittura, che raccolgono i suoi scritti (1988-1998).

Federico Zeri muore a Mentana il 5 ottobre 1998, pochi mesi dopo aver ricevuto la laurea honoris causa dall’Università di Bologna: all’ateneo emiliano lascerà in eredità la villa, i libri e la fototeca, oggi parte integrante della Fondazione che porta avanti studi e iniziative legate allo storico dell’arte.

Tra i lasciti, la collezione privata di Zeri fu smembrata per volontà dello stesso in tre donazioni: alcuni dipinti al Museo Poldi Pezzoli di Milano, le sculture copte di Palmira ai Musei Vaticani, quelle moderne all’Accademia Carrara di Bergamo. Legato profondamente al museo bergamasco fin dagli anni Cinquanta, la scelta della donazione era motivata anche dal fatto di legittimarsi quale erede di Giovanni Morelli, conoscitore e collezionista della seconda metà dell’Ottocento (tra i più importanti donatori della Carrara) di cui Zeri curò nel 1986 il catalogo dei dipinti, insieme all’allora direttore Francesco Rossi.

*Luca Brignoli è uno storico dell’arte bergamasco, attualmente impegnato in iniziative legate a Giovan Battista Moroni (ha firmato, tra l’altro, il volume monografico sull’artista per Art e Dossier).

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